Claver Gold: un’intervista… sold out!

Il tour di Requiem fa tappa a Milano e colgo l’occasione per fare qualche domanda a Claver Gold sul Rap, sulla scrittura e altro ancora. Leggi l’intervista!

La calorosa accoglienza del pubblico riservata a Claver Gold per il suo live al Time Club di Milano ha dato vita ad un concerto memorabile. Parola d’ordine: Rap.

I molti artisti chiamati ad aprire scaldano il pubblico come si deve, spalancando le porte dell’Eden per il main artist della serata, che sembra quasi non aspettarsi tutto questo riscontro, ricordando che la prima volta che ho suonato a Milano sotto al palco c’erano 21 persone.

Ecco allora che in occasione del suo sold out a Milano ho fatto due chiacchiere al telefono con Claver Gold. Abbiamo parlato del suo ultimo progetto, Requiem, e della sua musica in generale, tra scrittura, influenze, knowledge. Ma non solo. Occhio all’intervista!

Il memoriale di Claver Gold

Requiem è il seguito perfettamente coerente del  percorso artistico di Daycol Orsini, in arte Claver Gold. Ricco di ospiti al microfono (Fabri Fibra, Ghemon e Rancore su tutti) e scelta dei beats superba, muovendosi su diverse sonorità che rappresentano passato, presente e futuro del genere musicale (sì, anche trap) il cui comune denominatore è proprio il requiem.

RD: Qual è il background musicale che ha portato alla genesi di Requiem, dalle liriche alle musiche? Ricordo nei tuoi brani citazioni ad artisti dei più svariati generi musicali.

CG: «Il mio background musicale varia molto dal cantautorato italiano al rap, musica nera, funky, blues, jazz, un po’ tutto quello che ha creato l’Hip Hop, il Rap. Ho ascoltato un po’ di tutto per capire ed imparare. A livello di scrittura invece sicuramente il cantautorato italiano è stato una parte fondamentale della mia creazione artistica, a livello invece di tecniche di rap, ovviamente studiando come rappano gli americani che mi piacciono e prendendo spunto da loro. In Requiem ho provato a fare un disco un po’ più rap rispetto a quello precedente, quindi sono tornato al rap come sound, mentre come tipo di scrittura sicuramente una scrittura più cantautoriale.»

RD: Inserire artisti differenti in un progetto contribuisce a renderlo eterogeneo; eppure nel tuo ultimo lavoro i featuring si amalgamano alla perfezione nel contesto generale ed al mood dei singoli brani, esaltandone le peculiarità. Qual è stato il segreto?

CG: «Secondo me la formula magica è la produzione che dai all’artista: cioè se io scelgo Fibra, o Fantini, do loro una produzione, un beat che suoni esattamente in un modo, ovvero come suonava Requiem, è difficile che si possa poi andare fuori dal mood una volta che hai il tappeto. Basta camminarci sopra. Poi sicuramente la scelta degli artisti è stata fatta ad hoc per creare un discorso che insieme suonasse molto omogeneo.»

RD: Quindi era uno degli obiettivi del disco in un certo senso…

CG: «Sì perchè io già faccio fatica a condividere dei brani con altri artisti, è una cosa che nei dischi precedenti non ho mai fatto perchè sono molto geloso delle cose che scrivo»

RD: Infatti mi riferivo proprio al fatto che i featuring siano veramente molti nell’ultimo lavoro. E Nonostante ciò tutti arricchiscono i brani senza toglierti la possibilità di esprimerti.

CG: «Sì, questa è la cosa più difficile, infatti la scelta è molto personale, nessun featuring ovviamente è stato suggerito, tutti artisti che io stimo e sapevo avrebbero potuto dare un valore aggiunto»

Saper rappare non basta più

Ovvio, il rap non fa per te se non sai andare a tempo e tenere in mano un microfono. Ma per quanto siano importanti stile e flow, non sono più sufficienti per il salto di qualità. La competizione nel rap con gli anni è diventata ancora più spietata.

RD: Qual è secondo te il punto in comune tra tutti gli artisti che hai chiamato a te in Requiem?

CG: «Che spaccano (ride). Sono artisti che io ascolto, e mi piace la roba che fanno. Appena esce qualcosa di loro io la vado ad ascoltare, insomma hanno la mia stima e umanamente sono brave persone»

RD: Nel rap italiano sei una delle penne più apprezzate, questo è fuori discussione. Chi sono allora le penne più apprezzate da Claver Gold nel rap italiano? Qualcuno che spicca per capacità di scrittura, di racconto anche magari lontano dal tuo di approccio.

CG: «Lontano dal mio approccio ci sono penne molto valide, come Ghali ed Ernia, quella roba lì è forte, molto diversa dalla mia anche a livello di scrittura, ma fatta molto bene. Invece nella cerchia più stretta, quindi quella più che mi riguarda ci sono Murubutu, Rancore, Ghemon, Mezzosangue, artisti così che secondo me sono fortissimi a scrivere»

RD: Hai citato Ghali ed Ernia, cosa ti piace in particolare di loro?

CG: «Mi piace che sia fresco ma pensato, che ci sia un discorso dietro anche se mood e sound non risultano pesanti e vecchi, mi piace questa roba che sia nuova, fresca, ma con contenuti importanti»

Leggi anche: Come avere successo col Rap

Storyteller

RD: Qual è l’elemento della scrittura di un testo che ritieni più importante nel rap? Quello in cui ti senti di essere più abile?

CG: «Beh le metriche sono sicuramente importanti perchè poi se non vai liscio e si sente che non sai rappare puoi dire un sacco di cose belle è chiaro che non ce la fai. Però credo che ormai dopo tanti anni di rap italiano e americano sia molto più facile per tutti rappare e andare a tempo, trovare delle metriche e scopiazzare un po’ di qua e di là. E’ più semplice. Però se poi sei bravo a rappare ma non mi dici niente… Vali come uno che non sa rappare, più o meno le cose si equivalgono. Perchè se non mi trasmetti nulla e sei fortissimo è come se sei scarso ma hai provato a trasmettermi qualcosa di bello»

RD: Io direi che la cosa in cui sei più abile è lo storytelling, sei d’accordo con me?

CG: «Guarda, non ne faccio tantissimi in realtà, sono un po’ tutti e un po’ nessuno, di storytelling veri e propri ho fatto Nazario in Melograno e Ricordati Di Ricordare in Requiem. E’ un modo di raccontare esperienze vissute da me o da persone vicine a me, raccontate in rima, sto raccontando delle storie. Sì, forse è la cosa che so fare meglio (ride), perchè sto molto attento quando scrivo, mai di fretta. Cerco sempre la parola e l’esempio giusto per trasmettere un’immagine in modo che sia più facile per l’ascoltatore immedesimarsi. Quindi se devo dire che sono uscito e ho visto un uomo con un cane, dico che l’uomo aveva la barba e gli occhiali, il cane era un labrador, cerco di darne una descrizione più dettagliata, più indicazioni così che sia più fedele possibile e trasmetta le sensazioni che voglio»

Per approfondire: Guida allo storytelling Rap (consigli e playlist con esempi)

Essere fan del Rap

RD: Qualche tempo fa all’evento Skillz tenutosi a Milano sei salito in cattedra per parlare di scrittura creativa. Il Rap è un genere musicale dove, basta poco, basta niente, e si viene bollati come fake, falsi, finti. Come spieghi allora il punto di incontro fra Rap e scrittura creativa?

CG: «Guarda, nel rap è un po’ strano, perchè tra di noi ci si riconosce subito. Chi è dell’ambiente vede al volo se c’è del genuino, del vero o se sei un fake. Io lo vivo ad esempio con Fantini, dalla prima volta che ci siamo visti abbiamo capito che facciamo parte della stessa cosa, anche facendo roba diversa. Io uso sempre questa espressione, anche tra amici e conoscenti, non sei uno di noi, inteso come non hai il nostro vissuto, il nostro passato e non facciamo la stessa cosa. Ma non si parla solo di rap, si parla di come si è nella vita. L’attitudine, come sei come persona, da dove vieni; e soprattutto se sai dove stai andando e lo fai con coerenza.»

RD: Sempre nello stesso evento ha partecipato al workshop di Egreen sul Rap che parla di Rap. Uno dei punti essenziali si riassume nella massima “Noi prima di tutto siamo fan di questa cosa del Rap”. Cosa significa, per te, essere fan di questa cosa?

CG: «Io c’ero al workshop di Fantini, sono arrivato prima e mi sono anche seduto. Lui ha detto delle cose giustissime che condivido, essere fan vuol dire conoscerla, non solo supportarla e andare agli eventi. Quello è molto importante sia per gli artisti che per chi si avvicina. Però bisogna anche studiare da dove viene, la storia. Se non sai com’è nato, le basi, il background del rap, chi ha iniziato a mettere i dischi, perchè si tagliuzzava il campione, com’è stato fatto il primo beat… Quelle sono cose che è fondamentale conoscere, come conoscere i percorsi degli artisti che hanno sviluppato le evoluzioni, ad esempio come dal boombap si è arrivati alla trap, con tutti i passaggi intermedi. E’ una cosa molto lunga, che più ci stai dentro e ti appassioni e più ne sai. Quindi essere fan vuol dire essere interessati e sapere di tutto. Come dice lui stesso, tu non mi puoi raccontare una cazzata sul rap, che questa cosa è tua, questa metrica è tua e il beat è originale, perchè noi sappiamo se è così»

Da leggere: Cosa il Rap può imparare dalla Trap

Dalla provincia alla ribalta

I concerti sono probabilmente la misura più oggettiva dell’apprezzamento di un’artista, e direi che Claver non può che essere soddisfatto. A Milano, accompagnato al microfono da Davide Shorty e TMHH, raggiunge il terzo sold out consecutivo, un risultato certamente degno di nota. E personalmente mi auguro che questa serie positiva si allunghi ancora.

Hai ascoltato Requiem? Qual è secondo te il pezzo meglio riuscito del nuovo disco di Claver Gold? Fammi sapere le tua nei commenti qui sotto! 😉

Lo spazio che cerchi è qui (gratis)

Se sei un rapper o beatmaker allora siamo qui ad aspettare proprio te, per rendere il nostro archivio sempre più ricco e darti lo spazio che cerchi per farti conoscere.

La tua scheda è qui

Studente (pessimo) universitario classe '97, adottato dalla città che non dorme mai senza abbandonare la provincia milanese, dove il dolce far nulla culla la passione per la musica.

Lascia il tuo feedback

commenti