Un Jesto vale più di mille parole

Anticipare le mode e andare controtendenza. Ho fatto qualche domanda a Jesto in occasione dell'uscita del suo nuovo album Buongiorno Italia.

Ho ascoltato per la prima volta Jesto nel 2013 con Nuovo Guè. Hit assoluta di un artista subito riconoscibile per la sua ironia e l’uso a cannone dell’autotune, in tempi non sospetti. Cinque anni dopo esce l’album Buongiorno Italia, con una dedica speciale al padre Stefano Rosso, poeta di Trastevere, autore di brani culto degli anni Settanta. È Jesto!

Intervista a Jesto per l'album Buongiorno Italia

Ed eccomi qui allora a fargli qualche domanda in occasione dell’uscita del suo nuovo disco. Sperimentalismo, vena ironica e capacità di parlare di tematiche sociali senza prendersi troppo sul serio sono gli ingredienti chiave di Buongiorno Italia. 12 tracce, 100 flow e un concept: Se stai dormendo, ti devi svegliare.

Buongiorno Italia

JP: Partiamo dal disco. Quali sono le tue aspettative verso Buongiorno Italia? Vuole dare una nuova vita a Jesto o tu rimani sempre lo stesso?

J: «Sicuramente rimango sempre lo stesso, il disco è Jestissimo, lo senti subito. Per quanto sia rivoluzionario rispetto alla musica che ho fatto fino ad adesso, comunque è sempre Jesto. Non ho snaturato me stesso, c’è sempre l’ironia, la presa in giro, l’essere sè stessi. È il mio disco più importante perchè ho finalmente fatto i conti con le mie radici: infatti è la prima volta che mi confronto con una musica più grande di me, con i cantautori degli anni ‘70. Mi confronto con mio padre, con De Andrè, Rino Gaetano, mi confronto con dei capisaldi della musica italiana. Se non fossi stato all’altezza sarebbe stato brutto da viversi, ci ho messo tanto per fare questo disco, non nel senso di realizzarlo. Ci ho messo tanto a metabolizzare l’idea di potermi confrontare con i grandi della musica italiana, quindi anche di emanciparmi dalla figura di rapper e basta e diventare uno che potesse, anche agli occhi di adulti, avere una credibilità del tipo Okay, non sono solo un rapper, sono anche un musicista, un cantautore e sono anche un rapper e un trapper. Mi sento di aver evoluto la figura del rapper in qualcosa di nuovo, che sono io.»

JP: Qual è stato il tuo approccio alla stesura dell’album?

J: «Avevo già l’idea di fare un disco che riprendesse la musica anni ‘70, i grandi cantautori, che lo mescolasse con il mio background di adolescente che ascoltava l’Hip Hop e che fondesse anche la trap a cui stavo lavorando ininterrottamente. Sono partito inizialmente dalle idee dei pezzi che avevo appuntate sparse, senza che ci fosse la musica dietro. Dopodichè, come un direttore d’orchestra in studio, con le idee molto chiare, ho arruolato una serie di musicisti, Pankees come beatmaker, il chitarrista di mio padre, e ho fatto fare loro quello che mi serviva.

Solitamente da rapper la cosa che avviene è molto più semplice: mi mandano delle basi, mi piace una base, ci scrivo sopra e finisce lì il lavoro. Invece qua è stato che io avevo in testa questa musica che non sapevo spiegare, perchè non esisteva. Non esisteva l’808 con lo stornello e dovevano aiutarmi a far uscire dalla mia testa questo sound.

Oltretutto non conoscendo la musica non potevo nemmeno aiutarli e avevo bisogno di persone che mi capissero e che riuscissero a trasformare in qualcosa di concreto quello che sentivo io dentro la testa.Alla fine sono soddisfatto perché il sound è esattamente quello che avevo in mente. È una sensazione strana, perché invece fino ad adesso i dischi li ho fatti lasciandomi ispirare dalle sensazioni delle basi. Invece qua mi sono fermato e ho detto a me serve questo e dobbiamo arrivarci, finchè non ci arriviamo lavoriamo. Un nuovo approccio, anche per il fatto di chiamare musicisti.»

JP: E hai intenzione di chiamarli a suonare anche dal vivo?

J: «Ho intenzione di portare un mix, con un dj che ti manda la parte elettronica, un chitarrista, le fisarmoniche. Vorrei fare un ibrido tra band, club e rap.»

I retroscena del disco

JP: Quale pezzo è stato il più difficile da scrivere e ultimare?

J: «Il pezzo più difficile da fare, paradossalmente, è stato Svegliami Quando, non perchè ci abbiamo messo tanto, lo abbiamo fatto solo io e Marco Zangirolami, un genio. Non difficile da fare in sè, piuttosto perchè io avevo questo testo appuntato da mesi e mesi e non riuscivo a trovare una base che andasse bene. L’ho registrato su varie basi che mi hanno dato, americane, italiane, ma non riuscivo mai a trovare la giusta alchimia tra la base e quello che volevo dire, per esprimere questo concetto del modo migliore.

Non è stato difficile da scrivere, lo avevo già in testa, non ho mai dovuto scriverlo talmente lo sentivo mio. Quando abbiamo chiuso il disco, dal quale ho scartato un sacco di pezzi – potremmo fare un altro disco solo con i pezzi scartati – ho detto Zangi io ho questo pezzo che secondo me è il più bello mio di sempre, proprio a livello di testo, ma non riesco a trovare la base. Te lo rappo, ti va se proviamo a lavorarci? Mi sono messo lì e l’ho lavorato, addirittura l’ho rappato sul metronomo, senza base, e mentre lo facevo lui ha tirato fuori questo giro di piano. Io volevo un’ispirazione un po’ alla Conte It’s wonderful, it’s wonderful, un piano sotto e basta.

Mentre registravo lui ha fatto esattamente quello che volevo. Non abbiamo nemmeno dovuto registrarla di nuovo, c’era talmente pathos che abbiamo tenuto la registrazione di prova. È venuto fuori secondo me il mio pezzo più bello di sempre, se la combatte con Papà. Io la vedo come la mia Imagine, non perché sono figo e sono John Lennon, ma perché è davvero come io immagino un mondo migliore. Ha un potere fortissimo perché subito dopo averla registrata l’ho sentita mentre tornavo a casa, ed ho avuto la sensazione che se morissi starei a posto: quello che dovevo dire al mondo l’ho detto. Vorrei che i bambini, i figli dei miei figli sentissero questa per formare i loro ideali.

È un punto per me artisticamente, difficile che io arrivi a fare qualcosa di meglio a livello umano, sta tutto là. Tutti i temi dell’umanità sono racchiusi lì dentro. Se arrivassero gli alieni e potessi dare loro solo una cosa per fare capire l’umanità, darei quella.»

JP: In Note vocali hai voluto rendere omaggio a chi ti segue e a chi trova nella tua musica un motivo per farsi forza. Come è nato questo pezzo?

J: «È veramente real come pezzo, nel senso che è stato il più facile da scrivere. Ho preso spunto dalle cose che mi scrivono tutti i giorni, le migliaia di messaggi in cui mi dicono esattamente queste cose. È quasi come se lo avessero scritto i fan, ciò che dico non è un’invenzione e non mi sono dovuto sforzare di immaginare cosa direbbe un fan. Ho aperto i direct e ho letto queste cose, agli instore mi dicono questo. E mi lascia anche un po’ interdetto, non so mai come relazionarmi a questa cosa. È pesa. Quindi è forse il primo pezzo che hanno scritto i fan, io ho dovuto scrivere solo il ritornello. Mi hanno indotto inconsciamente i fan a scriverlo.»

JP: In Essere italiani dici “Dove c’era il parco, ora c’è il parcheggio”. Istantaneo il collegamento a Il ragazzo della via Gluck, brano di cui ha fatto la cover (nel 2013). Era nata già allora l’idea di ispirarsi ai cantautori del passato?

J: «Bravo, forse nasce là, da quando ho rifatto il pezzo di Celentano con l’autotune, per il quale devo dire grazie a Primo. Quel giorno eravamo in studio con lui, stavamo cazzeggiando, fumavamo e l’atmosfera era fichissima, non dovevamo lavorare. Comincio a cantare questo ritornello, di cui non ricordavo neanche le parole, le strofe non le ricordavo tutte, solo qualcosa tipo “non lasciano l’erba” ah cazzo questa fa ridere. Allora mettiamo la base, un remade beat di Snoop Dogg. Prendo il testo e iniziamo a rapparla, su youtube trovi il video di io e lui che lo cantiamo insieme e ridiamo come i pazzi. Col testo davanti perché non lo ricordavamo, proprio in maniera spontanea, ed ora che ci penso forse il primo embrione di Buongiorno Italia è nato quel giorno.»

Foto di Jesto per l'intervista

Giocare d’anticipo

JP: In questo disco il passato musicale dell’Italia è reso nuovamente attuale. A proposito di passato attuale, tu le tendenze della trap italiana le hai anticipate parecchio. Ma l’autotune l’hai ingoiato di proposito o è stato un esperimento felice che hai portato avanti? Come hai iniziato, cosa è successo?

J: «È successo con È la crisi mixtape, con 3D del 2009. Io ho sempre ascoltato un sacco di rap americano, molto più di quello italiano, a parte il periodo dei classici (ovviamente sono cresciuto con 107 Elementi e Gente Guasta). All’epoca c’era Gucci Mane, che adesso sta spaccando di nuovo, ma già nel 2009 faceva un sacco di mixtape, anche per questo io ne faccio un sacco: gli americani che sentivo io ne facevano uno al mese. Quindi con 3D abbiamo iniziato a fare queste basi con l’808, minimali, sperimentando con l’autotune. Era sperimentale anche per l’America.»

JP: Io ricordo che la prima volta che sentii l’autotune utilizzato in modo così massiccio in Italia è stato con te su Quello Che Vi Consiglio 2…

J: «Sì, Sperare pt.2 forse, che era proprio autotune “sgarrato”. Calcola che all’epoca l’autotune era un’eresia, quindi il fatto che io insistessi ad usarlo rende paradossale il fatto che adesso è mainstream e super accettato, mentre quando ho iniziato a farlo io era controtendenza, era ribellione.»

JP: Sapevi che sarebbe diventato tendenza?

J: «No, assolutamente. Doveva suonare così. Io non uso l’autotune per intonarmi, non sono stonato, lo uso come uno strumento, un plug in che mi modifica la voce e me la rende robotica, spesso stono apposta. Lil Wayne, uno degli artisti che mi ascoltavo di più e che mi ha formato assieme ad Eminem, faceva questo gioco di storpiarsi la voce, non intonarsi, stonarsi apposta col tune e prendere note strane, con un risultato quasi cacofonico. Lil Wayne è il padre di tutti i mumble rapper, non a caso ora sono tutti Lil Qualcosa. E anche io sono figlio di quella roba lì,  non immaginavo che un giorno lo avrebbero usato tutti, volevo sperimentare ed è successo. Ed ora che se vuoi fare un pezzo in radio devi usare l’autotune, io mi sto spostando su altra roba, a dimostrazione del fatto che non me ne frega un cazzo delle mode, ma preferisco anticiparle.»

Tutte le strade portano a Jesto

JP: Ultima domanda. Volevo chiederti cosa ne penso di due artisti italiani. Mi è sembrato che in questo disco ci fossero dei riferimenti, probabilmente non voluti, ad esempio Ghali. Ho visto che ha delle sonorità molto simili a quelle presenti nel tuo disco. Anche le tematiche, sono trattate in modo diverso, ma credo che i progetti siano perlomeno confrontabili. Cosa ne pensi?

J: «Ghali l’ho ascoltato dai mixtape, fighissimi, andateveli a sentire. era una figata. Lui affronta tematiche un po’ più impegnate, sociali, ed anche lui ha fatto un lavoro cercando di rendere più musica vera le basi trap. Quindi potrebbe esserci sì un accostamento, ma penso che ognuno abbia il proprio percorso.»

JP: Ascoltando Buongiorno Italia, la title track, ho pensato a Cara Italia, che se aveste fatto un featuring, un pezzo solo sarebbe uscita una bomba.

J: «Io ho chiuso Buongiorno Italia, prima che uscisse Cara Italia, infatti ho pensato Cazzo, penseranno tutti che…, invece era chiuso già da prima, ho chiuso il disco a ottobre. Sarebbe figo. Evidentemente entrambi abbiamo avuto l’esigenza di raccontare il momento che viviamo, al di là dell’ego trippin’ e dell’autocelebrazione.»

JP: Già, ed anche le scelte musicali sono simili, con Charlie Charles riprende molto i suoni (strumenti) analogici, con un tappeto musicale trap. Come nel tuo disco.

J: «Vero, diciamo che come ispirazione musicale il mio è più popolare italiano, mentre il suo più internazionale, probabilmente perchè il percorso di riscoperta delle sue radici è andato verso l’estero, il suo background personale e culturale, il mio invece portava direttamente agli anni ‘70 e Roma. Quindi c’è una analogia di percorso, rapportato però all’esperienza personale.»

JP: Il secondo era Marracash perchè ho notato che in Sì Si Con la Testa dice “non parlo tre lingue, ma so quattro dialetti”, e subito mi è venuta in mente l’analogia con il ritornello di Buongiorno Italia.

J: «È vero, mortacci tua (ride, ndr).»

JP: Poi anche con Estate In Città e Quest’Estate. Non potevo non domandarmi, essendo due brani addirittura dello stesso disco, se ci fosse un collegamento diretto.

J: «L’estate in città l’abbiamo fatta tutti, vai a sentire Kamikaze, il pezzo di mio fratello Hyst. Non so se hai presente, è quella cosa lì all’ennesima potenza.»

È Jesto, anzi Jestissimo

Finisce qui la mia breve, ma intensa chiacchierata con Jesto. Buongiorno Italia è la dimostrazione di come un artista può reinventarsi ed essere coerente con le sue origini e il suo percorso artistico senza snaturarsi. Restando se stesso, alza ancora una volta il livello. È Jesto, anzi Jestissimo.

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Torinese cinemaniaco e fissato con la musica fatta bene. Scrivo di rap perché sono in missione per conto di Dio.

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