La Kiave dello storytelling

In occasione di un workshop con tema la scrittura creativa, ho parlato con Kiave a proposito di storytelling, della forza e del limite delle parole.

Ho avuto modo di parlare con Kiave, protagonista di un piccolo workshop sulla scrittura creativa. Non sono mancati excursus e digressioni (abbiamo concluso parlando di Luke Cage perché, perbacco, è una delle serie TV più Hip Hop, poco ma sicuro). Tema portante della nostra chiacchierata: lo storytelling.

Kiave parla di storytelling rap e scrittura creativa

Al di là della mia personalissima fissazione per la scrittura credo sia una questione sulla quale ci si sofferma un po’ poco, almeno per quanto riguarda il Rap. Ho colto l’occasione per per approfondire il tema insieme a Mirko, reduce da Stereotelling, la sua ultima fatica musicale dove invece la scrittura gioca un ruolo importante, fondamentale.

Parliamo della capacità di raccontare, di mischiare elementi di pura fiction a quelle che sono le nostre esperienze vissute in prima persona, far sì che nella mente del lettore o dell’ascoltatore nascano spontaneamente immagini in successione che siano quanto più chiare possibile.

Perché più chiare sono le immagini che si dipingono nella mente, più sarà facile coinvolgere il lettore o l’ascoltatore così che colga nel nostro racconto qualcosa di suo.

Tra vero e reale

Inizio subito con una riflessione importante. C’è una guerra infinita fra chi è real, chi è vero, chi è fake, chi è falso. Insomma, si fa ancora fatica, e non poca, a scindere persone e personaggi.

La scrittura creativa è fiction e siamo qui a parlarne a proposito di Rap dove ci si scanna ancora perché se non sei vero hai sbagliato genere. Io penso che il vero al 100% non può esistere, si tenderà sempre e comunque a romanzare, a filtrare quello che si vuole dire con quello che poi risulta essere nero su bianco. Vale nella musica, vale nella narrativa. Vale anche quando tutto parte dalla nostra esperienza di vita che è vita vera. Tu come la vedi?

R: Scrittura creativa non significa necessariamente che crei qualcosa da zero, quello che metti sul foglio è comunque creativo perché stai creando qualcosa. La questione del keep it real è un po’ delicata. Tutto dipende da come lo fai, come riesci a rapportarti con chi ti segue, chi ti ascolta. In 11 Storie racconto undici storie diverse ma è tutto romanzato. Il punto fondamentale non è il vero ma il reale. La differenza la fa sempre l’attitudine che traspare da chi racconta. Insomma, non devi mentire a te stesso. In Storia Di Un Impiegato racconto di uno che da fuoco all’ufficio. Non è vero ma è reale perché può realmente succedere. Questa secondo me è la lettura che bisogna dare. Non è tanto una questione di vero ma di reale.

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Il vizio di scrivere

Perché i rapper scrivono sempre? Io me lo sono chiesto e la risposta è stata sempre la stessa: la scrittura è la risposta ad un impulso. Si tratti di soldi, di semplice sfogo, di voglia di intrattenere, anche passando al ghostwriting la risposta è quella. Secondo te c’è dell’altro? Perché Kiave scrive sempre?

R: Mi trovi d’accordo, assolutamente. Anche quando ti commissionano un brano, è pur sempre un impulso. Lo fai perché sei ispirato, perché vuoi esorcizzare le paure tramite un testo, lo fai perché (come faccio io) vuoi raccontare una storia, lo fai perché vuoi fare il disco d’oro. C’è sempre un impulso al quale tu rispondi. Ognuno scrive per motivazioni sue, io scrivo per cambiare il mondo e migliorare me stesso. Anche nel ghostwriting, come hai detto tu, vale lo stesso. Anche io avevo letto di Rick Ross come ghostwriter, pare abbia scritto diverse cose anche per Puff Daddy.

Voce fuori campo (l’altro Giuseppe): Diciamo che in tanti, pare, abbiano scritto per Puff Daddy. Altra voce fuori campo (Gheesa): Forse anche lo stesso Puff Daddy.

🙂

Potere alle parole

Mirko Kiave è stato protagonista insieme a Ghemon, Mistaman e Mad Buddy di Potere alle Parole, un progetto pilota di laboratori educativi musicali di destrutturazione degli stereotipi e dei pregiudizi alla base delle discriminazioni per origine, orientamento sessuale, identità di genere, convinzioni personali, disabilità.

Qual è secondo te la più grande forza delle parole e quale invece il limite?

R: Il limite delle parole è la lingua. Nei vari workshop mi è capitato di rapportarmi a ragazzi non italiani e la lingua è stato un limite. Almeno da un punto di vista strettamente pratico. Nel metaforico la parola è limitata di suo, non può dire tutto. È come fosse un contenitore, non puoi andare oltre un certo limite, puoi riempire un tot, non di più. La parola non può definire tutto ma ha un potere enorme, forse proprio il fatto che sia limitata le da un potere così grande. Bisogna parlare con la gente. Con le parole puoi creare tutto un immaginario, puoi fare male più che con altri strumenti. È importante fare un buon uso della parola, della comunicazione.

Da leggere: Mistaman consiglia a tutti di fare freestyle, ecco perché

Storytelling: oltre il limite delle parole

In Stereotelling il limite delle parole che tu hai messo nero su bianco è meno evidente perché tu fai leva sulla musica, sul suono. Da un punto di vista delle sole parole, cosa rende un racconto, uno storytelling, veramente efficace?

R: Deve offrire qualcosa in cui rispecchiarsi. Ti deve dare la possibilità di sentirti a casa, di rispecchiarti in quella storia. Deve creare empatia, deve stupirti. Deve trasmettere tanta empatia che si sfalda poi in un attimo e tu pensi: ah, poteva andare così. Offre un universo di possibilità, al di la poi dei personaggi ben costruiti e altri elementi più tecnici ma ad animare il tutto è sempre l’empatia e il fattore sorpresa.

La Kiave di lettura

La serata ha poi visto una parentesi di freestyle a oggetti, divertimento assicurato, pubblico preso bene senza dimenticare la parte live di Stereotelling dove le storie di cui abbiamo parlato hanno preso vita attraverso la voce di Kiave.

A giudicare dalle belle sensazioni emerse lungo tutto il live di Mirko posso affermare senza paura di smentita che quella empatia c’è stata davvero e ha fatto da collante alle esperienze di chi ascoltava e di chi raccontava.

Secondo te cosa deve avere un racconto per essere un buon racconto? Cosa ti coinvolge maggiormente quando leggi una storia o la senti raccontare? Come ti rapporti al foglio bianco prima di essere tu, invece, quello che deve scrivere, raccontare? Fammelo sapere nei commenti 🙂

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Un nano sardo con la passione per la musica, il piacere della lettura e il vizio di scrivere. Padre di Beat Torrent, vecchio matusa brontolone, lavoro come Web Designer. Rimo da quando si spammava su MySpace.

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