Quando un artista può davvero dirsi finito?

Si fa presto a bollare qualcuno come invidioso, un artista come fallito. Ho visto però artisti dati per finiti e continuare a portare la loro musica dal vivo con un’eccellente risposta del pubblico. Parliamone.

Con quanta facilità ho visto discussioni un cui si dava ad un artista del fallito, etichettandolo come finito. In quel momento mi sono chiesto: quando però è davvero così? Mi spiego: quando è lecito (passami il termine) dire che un artista è finito? Diamo inizio al mio ennesimo flusso di considerazioni non richieste.

Due sono i nomi che mi vengono in mente con più punti in comune di quanti si pensi, condivisi nel bene e nel male: Inoki e DJ Gruff. Ricordo un periodo in cui si sono presi secchiate di insulti per le loro esternazioni, a volte giustamente condannabili ed evitabili, su questo sono d’accordo.

Uno è arrivato alle mani con un ragazzino, l’altro si è chiuso a riccio in un mondo parallelo al nostro perché nel mondo nostro nulla poteva salvarsi (musicalmente parlando) e lui si era come erto a giudice, giuria e giustiziere.

Altro punto in comune: nonostante questo momento buio sia Fabiano che il maestro Orrù hanno continuato a fare musica e suonare in giro per i locali con un buonissimo riscontro. Se il locale è pieno di persone che sono lì per la tua musica un motivo c’è. Come puoi dire che questi sono artisti finiti? No, esatto, non puoi dirlo.

Critica e invidia non sempre coincidono

Dilaga e persiste l’errata concezione che chi critica è necessariamente invidioso. Succede molto spesso che magari la recensione del disco non sia troppo positiva e l’artista si prenda male. Molto male. Indovina un po’ chi è l’invidioso che non capisce nulla e critica solo perché voleva voleva avere successo col Rap ma non ci è riuscito?

Eppure non serve essere un meccanico per capire che se la macchina non parte c’è, evidentemente, qualcosa che non va. Sbaglio? No che non sbaglio.

Non sempre la critica cela l’invidia di chi quella critica la muove. Va comunque detto che c’è modo e modo di criticare, modo e modo di dire le cose. Ed è proprio il modo a fare la differenza, per cui anche chi ha ragione ha comunque torto e passare per rosicone è un attimo.

Inoki ha dissato (e non solo) praticamente chiunque gli capitasse a tiro. Ora si è rimesso in carreggiata. DJ Gruff non le ha mandate a dire a nessuno, ricordo il periodo di uscita di Numero Zero. Diverso tempo dopo, però, ho preso parte ai live di questi due falliti rosiconi eppure la risposta in termini di presenze e di calore sotto il palco è stata incredibile.

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I numeri non mentono mai (ahahah, non è vero)

Ah, i numeri. Ormai traduciamo tutti in numeri. Qualcuno dice che non mentono mai. Ne sei proprio sicuro? Perché i like, le visualizzazioni e gli iscritti ai vari profili social si possono acquistare. E i dischi? E per i dischi vale lo stesso, non sarà mcia la prima volta che senti parlare di autobuy? Trattasi di auto-acquisto del singolo, dell’album, e così via. Guarda questo servizio de Le Iene sull’autobuy dei dischi su iTunes. Te lo allego per riderci sopra, ma non troppo.

Evito di esprimermi ancora sulle certificazioni FIMI letteralmente fioccate nel 2017 grazie allo streaming di Spotify e piattaforme simili. Perché il 70% degli italiani, per esempio, usa Spotify Free. Quindi non solo non compra il disco, non paga nemmeno il servizio terzo che glielo offre.

Vogliamo andare al caso limite, all’assurdo? Bene. J-Ax e Fedez riempiranno San Siro (sull’età media dei presenti potremmo parlarne per giorni). Prima di loro lo hanno già fatto anche altri artisti italiani, da Vasco a Ligabue passando per Jovanotti. Il fatto che quello stadio sia pieno, però, non significa che quella sia tutta buona musica. Rap, magari, parte di un movimento, come nel primo caso che cito.

Il Papa riempie piazza San Pietro di fedelissimi ma questo non vuol dire che quello che dice e predica sia necessariamente vero. Siamo proprio sicuri, allora, che i numeri non mentano proprio mai? Detto questo, torniamo a noi, amico mio.

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Se un albero cade in una foresta

Cosa mi porta a pensare che un artista sia davvero finito? Il fatto che nessuno lo chiami più nei locali a suonare dal vivo. Chiaro, semplice e conciso: se gli organizzatori non ti chiamano per i live significa che non c’è un potenziale pubblico interessato a te e alla musica che fai. Puoi continuare ad andare in studio, mettere i dischi in free download ma se quella musica non la porti dal vivo torni al punto di partenza e sei alla pari di mille altri rapper emergenti… da webcam.

Un albero che cade in una foresta non fa alcun tipo di rumore, se non c’è nessuno che lo può percepire. Allo stesso modo credo che non sia un rapper, un cantante o più in generale un artista che possa definirsi tale se non ha un riscontro dal suo pubblico. Prova a fare mente locale, sono sicuro che almeno un rapper italiano lo trovi, sparito dai radar, il cui unico sold out è quello a Regina Coeli.

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Senti come suona (ancora oggi)

Scherzi a parte, torno ai casi citati di Inoki e DJ Gruff: Fabiano si è rimesso in carreggiata e fa il suo buon rap (recentissima la mega strofa sul disco di Vacca in Blood A Blood). Lo porta ancora in giro, ci sono tante persone che lo seguono e lo seguono da vicino, sotto il palco a portare i suoi pezzi, i freestyle, la cultura, il Rap e tutto quello che gli ruota attorno.

Per quanto possa starti antipatico, per quanto possa aver sbagliato in passato ed essere criticato per le sue esternazioni la risposta del pubblico per Inoki, oggi, è ancora ottima. Nel suo piccolo Inoki fa il suo e lo fa bene e c’è chi lo sostiene, lo vuole sentire dal vivo.

Lo stesso vale per il maestro Gruff, che non molto tempo fa ha radunato tantissimi amanti del rap, delle liriche, dei word-play, degli scratch. Che atmosfera, quella sera. Due ore e mezza tra le più belle della mia vita, credimi. Sottolineo: locale pieno di gente, tutta presa bene, anzi, benissimo. E il più sereno lì in mezzo era proprio lui, DJ Gruff.

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Quando un artista è davvero finito?

Concludo. Nel momento in cui fai dischi su dischi anche collaborando con altri artisti che però non ricambiano la chiamata, nel momento in cui c’è semplice amicizia personale ma la stima artistica regge solo per questa amicizia tra persone, al di là dunque del rapporto artistico, finisci per sparire dai radar.

Non suoni più in giro, la tua musica non crea movimento, alcun dibattito, nessuno è disposto a mettere un solo euro sul piatto perché tu porti quella musica nella sua città. Puoi scrivere libri, condurre programmi televisivi, puoi fare altre cento cose diverse ed essere artista in mille altre forme. Musicalmente parlando, però, se non c’è nessuno che ti chiama, che chiede di te per la tua musica, ecco… in quel caso credo sia inevitabile scrivere la parola fine.

Questa è la mia opinione, del tutto personale. Ora aspetto la tua. Quando, secondo te, possiamo dire che un artista è finito? Su che base lo affermeresti? Scrivimelo nei commenti!

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Un nano sardo con la passione per la musica, il piacere della lettura e il vizio di scrivere. Padre di Beat Torrent, vecchio matusa brontolone, lavoro come Web Designer. Rimo da quando si spammava su MySpace.

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